fabrizia 的个人资料♠ Dipinto poetico della ...照片日志列表更多 ![]() | 帮助 |
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2月29日 nessunoo è blu.a me fai male
da ogni parte del mondo
a me fai male
non è niente tutto questo. solo una serie di scarabocchi che disegna qualcuno di distratto.
distrattamente mi da da mangiare vecchie storie.
di te e di me, che ci facevamo male.
non riesco a respirare. 2月24日 io non so fare ni*EnTe,volevo sola*MeNtE chiuderti, di sopra, su da me... fOrEvEr*I .know.I'll.see.you.again.
Whether.far.or.soon. But.I.need.you.to.know.that.I.care.
[And I miss you.] 2月19日 sensazioni da scriversi sul polso, per non tagliarsi le vene.Quando sono tornata mi aspettava sotto al portone. Aveva la solita aria da cane bastonato di sempre. Solo che mi ha irritato di più. Erano ore che stavo in macchina al gelo (mi devo ricordare di tappare qualche buco: quella carretta ante guerra è piena d spifferi) ed ora ci si metteva anche lui. Ma me lo aspettavo. Ci ho messo tre ore per trovare un posto. Ce ne erano una quantità ma ho sperato che vedendo la macchina fare il giro pensasse di aver sbagliato e desistesse. Purtroppo è cretino ma non fino a questo punto. E purtroppo io ho una macchina arancione. Quando ho deciso infine di parcheggiare, l’ho fatto proprio davanti a lui, tanto non avrebbe avuto senso farsi strada in più quando sapevo che sarebbe restato. Poi ho finto di cercare qualcosa molto a lungo. Nulla: lui lì imperterrito. E va bene. Quando mi ha vista bene ha fatto due occhioni tanti che sembrava più occhi che faccia. Poi ha spalancato le braccia e mi ha stretta goffamente. Io immobile gli davo qualche pacchettina sulla schiena. Caro. Si, certo. Mi ha presa per mano e mi ha tolto il borsone dalla spalla per portarlo lui. Solo che pesava troppo e ha cominciato a trascinarlo nell’androne. Poi per le scale. Stum. Stum. Stum. Quando ho sentito il rumore di qualcosa di metallico che sbatteva sul marmo non ce l’ho fatta più. Gli ho preso il borsone e me lo sono caricato in spalla. Dio, non pesava poi così tanto. Mi ha aperto la porta togliendomi le chiavi di mano e mi ha fatta sedere sul divano. Io, impassibile, lo assecondavo. Ero atterrita. Non lo volevo lì. Non lo volevo. Ad un certo punto si siede vicino a me e mi accarezza un braccio. Io immobile che guardo fissa lo schermo spento della Tv. Mani sulle ginocchia serrate, l’aria intorno era umida e la respiravo come attraverso un panno. E poi d’un tratto le sue mani umide che scorrevano sulle mie gambe e sulla schiena e s’incollavano ai vestiti, così lisce e così tipiche di lui. Lui che faceva il commercialista, con quelle appendici che mi rivoltavano lo stomaco del loro liscio candore infantile, così sporco a contatto con la mia pelle. Mi ha attirata a sé e ha cominciato a baciarmi girandomi il viso dalla sua parte. Prima sulla guancia, poi pian piano verso le labbra. Avevo la nausea. Mi stava bagnando il viso di saliva. Ha fatto tutto da solo. Il mio “Sono stanca, ti prego” lo ha stranamente bloccato e senza il mio contributo ha continuato a divertirsi da solo. Mi è toccato stringerlo a me mentre veniva, mi ansimava nell’orecchio col suo alito importuno, si strofinava sulle mie cosce. Poi mi sono sentita bagnare la gamba. Cazzo. Quel cretino non era riuscito nemmeno a venire nel fazzoletto. Ho trattenuto un conato di vomito. Un altro. Un altro ancora. Al quarto conato mi sono dovuta alzare e correre in bagno. Ho fatto appena in tempo ad arrivare al gabinetto che ho vomitato per cinque minuti buoni. Odio vomitare. Mi sembra sempre che non riuscirò mai più a respirare. Quindi piango. E mi si tappa il naso. Allora davvero non riesco a respirare. È terribile. Quando ho alzato il viso verso lo specchio ho incontrato il mio viso stravolto, con tutto il trucco colato. Poi ho abbassato lo sguardo e ho visto la macchia bianchiccia sulla mia gonna rossa. Ho vomitato di nuovo. Mi è sembrato di vomitare tutto il cibo mangiato in una vita. Ho tenuto gli occhi sempre chiusi. Ho aspettato di ritornare a respirare normalmente e poi ho aperto gli occhi e ho guardato nello specchio. Lui era dietro di me. Aveva un sorriso imbarazzato sul viso. Dopo un attimo ha fatto un passo al mio indirizzo. Decisa ad ignorarlo mi sono sciacquata il viso e ho tirato lo sciacquone. Poi mi sono tolta la gonna e l’ho lavata al lavandino strofinandola con violenza. Lui sempre dietro, che guardava alternativamente me e il pavimento di piastrelle celesti. Ho appoggiato la gonna sul mobiletto e ho tirato un respiro profondo. Poi mi sono girata. Lui ha alzato la testa speranzoso e mi ha interrogata con quei cazzo di occhi da cane. Mi sono stretta nelle spalle. Riusciva a farmi sentire imbarazzata. Il bastardo. L’ho oltrepassato senza più guardarlo e mi sono diretta alla mia camera. Mi sono spogliata e mi sono infilata nel letto. Lui dietro a spiare ogni mia mossa. Dopo cinque minuti paradisiaci in cui ho davvero creduto che se ne fosse andato, è venuto e si è infilato nel letto poggiandomi una mano sul fondoschiena. Sono rimasta immobile. Magari, se davo l’impressione di dormire, mi avrebbe lasciata stare. No. Mi ha preso per una spalla e mi ha girata supina. Piano, piano ha cominciato a spogliarmi. Seguiva la canottiera che saliva leccandomi la pancia con la lingua calda. Mi ha sbattuta tutta la notte.
Stamattina sembra fare più freddo del solito. Mi sono alzata nel tardo pomeriggio con la speranza di fare qualcosa ma lui non era ancora uscito. La finestra era aperta ma non avevo la lucidità per cercare qualcosa di pesante da mettermi così ho messo su una vestaglietta leggera e sono entrata in bagno, sul lavandino i resti di ieri sera. La gonna, ormai asciutta, portava le tracce dei miei maltrattamenti e la posa scomposta in cui l’avevo lasciata suggeriva alla mia mente ancora insonnolita immagini di violenze carnali. Non il mio caso, dunque. Sono rimasta a guardarmi allo specchio senza vedermi. Poi dalla cucina: “Ti sei alzata, finalmente”. Lui era lì che prendeva il caffè, non ho mai capito la sua abitudine malsana di bersi il caffè annacquato all’americana, ma lui sostiene che non ci sia niente di meglio dopo una notte inquieta. E la sua lo era stata di certo. Quando sono entrata ha alzato la testa giusto di un poco. “Usa il fondotinta stamattina, fai paura”. Sospirando mi sono portata ai fornelli sentendo ogni muscolo protestare la sua indignazione per tutto quel movimento gratuito. Messa l’acqua a bollire sono rimasta a fissare la fiamma bluastra contorcersi. “Pensavo di passare a casa mia a prendere un po’ di roba più tardi”. La fiammella ondeggiava lentamente e ho pensato che mi sembrava incazzata, che il fuoco infondo un po’ incazzato lo sembra sempre. E mi sono chiesta cosa fa arrabbiare il fuoco. “Sto parlando con te, Madama Morte”. La fiamma era blu. Ho immaginato fiamme viola e le ho immaginate fredde. “Dio se sei pallida, cazzo.” Mi sono chiesta come potevo apparirgli pallida da dietro. Poi ho spostato l’ attenzione alle mattonelle celesti incrostate di grasso, affascinanti. Più affascinanti del mio pallore di sicuro. L’acqua nella pentola davanti a me cominciava a borbottare e lui mi borbottava dietro. “Ti ho detto che l’acqua per il the non si fa bollire, no? Te l’ho detto un sacco di volte, mi sembra”. Piena la tazza, mi sono seduta al tavolo mentre lui davanti a me faceva roteare i rimasugli di caffè nella sua tazza. “Posso riempire due valige di vestiti, il resto lo prenderò poi.” Ha detto con tono riflessivo più parlando a se stesso che a me. Io in silenzio registravo le parole ma mi sfuggiva il vero senso di quello che stava dicendo. Lo lasciavo parlare. Non credevo di avere voce per rispondere. In quel mentre lo sguardo mi è caduto sui miei polsi. Sono trasalita. Erano viola. Doveva averli stretti troppo ieri notte e guarda come mi ritrovavo. Da quello che diceva lui non dovevo nemmeno avere una bella cera. Ero stanca di dovermi coprire di cerone. L’ho guardato pigramente alzarsi e uscire di casa con quell’erezione permanente sempre visibile sotto qualsiasi copertura. Non sono riuscita a finire il the. Il rumore della porta che sbatte mi ha riscosso dal mio torpore. Mi sono alzata diretta verso la doccia facendo cadere la vestaglietta per terra e rimanendo così solo in mutande. Poi il campanello. Non ho uno spioncino quindi ho dovuto tirar fuori la voce. È uscita un po’ più forte di quanto mi aspettassi e ho sobbalzato, stupita. “Chi è?” “Mi apri?” “chi è?” “ma chi vuoi che sia? Sono io, ho dimenticato le chiavi. Aprimi adesso.” “Ah, si scusa.” Ho aperto la porta e lui a trovarmisi davanti così su un piatto d’argento mi sa che gli è saltato qualcosa nel cervello. Ho visto una fiammella argentata nell’occhio sinistro, però mi ha spedita a prendergli le chiavi e mi ha aspettato sulla porta. Passava una corrente gelida e mi è venuta la pelle d’oca. Quando sono tornata indietro con le chiavi le ha prese e ha fatto per chiudere la porta, poi ha riaperto quel tanto che bastava per attirarmi a sè e fare incursione nella mia bocca. Mi ha stretto violentemente un capezzolo intirizzito dal gelo. Senza più parlare si è tirato la porta con violenza e ha fatto un gran botto. E in un botto la casa è stata sola e silenziosa e mi sono sentita un po’ abbandonata. Ho osservato, affascinata, la macchia bianca creatasi sul mio seno, tornare poco a poco colorata. Poi, di nuovo, il campanello. “Mi apri? Sono sempre io.” Perché i campanelli hanno sempre questo suono lamentoso? “Ooohhooo, sono io! Sono uscito tre secondi fa mi vuoi aprire un attimo?” Io pensavo che quando sarei andata ad abitare da sola… “E che cazzo, ma ci senti? Dove sei andata?!” …avrei avuto un campanello fico, che canticchiasse magari o non suonasse se non volevo. “Puttana di merda, mi vuoi aprire?!” Non che urlasse come quello di Dylan Dog che mi sarei spaventata troppo ogni volta. “Puttana, sei solo una puttana, non ci vivi senza di me, lo vuoi capire?” Avrei finito per non ricevere più visite se avessi avuto un campanello come quello. “Vaffanculo, tanto torno, lo sai. E la voglio trovare spalancata ‘sta porta del cavolo. Altrimenti lo sai che ti faccio brutta troia.” Rumore di passi pesanti che si allontanano. Mi sono trascinata verso lo specchio lungo, sfilando via le mutande. C’era intorno aria che si congelava in sbuffi. E c’era questa ragazza nuda davanti a me mentre le nuvole si addensavano nel cielo e l’aria si faceva fredda da sera. C’era la sua pelle bianca che rifletteva la luce della lampadina accesa e rivelava riflessi bluastri delle vene. E imperfezioni giovani. E temevo che i vicini ci vedessero. Che parlassero. Di me e una ragazza nuda che ci fronteggiavamo in una stanza, senza parlare. E c’ero io che volevo toccarla, sfiorarle la pelle e sentirla respirare da vicino. Sembrava che il suo petto non si alzasse, avreste detto che il suo cuore non battesse. Sembrava così faticoso alzare una mano e fingere soltanto di volerla sfiorare con un dito. La sua espressione fissa parlava di cose da non fare e divieti da non poter interrompere per una carezza. Anche le parole erano ferme davanti al suo sguardo, la lingua arretrava e voleva scappare dalla bocca, lontana da lei. Così fissa, così immobile, da sembrare morta o immaginata, in piedi nel suo rigido controllo. Nella sua rigida assenza. Presenza nella stanza. Mi sembravano così aspre le mie mani, così ruvide, temevo toccandola, di rovinarla per sempre, non riuscivo a muovermi per il timore di farla fuggire via. Ma a stento sembrava mi vedesse. Nascosto fra i capelli il suo corpo urlava gelo. E gemeva calore. Due passi mi separavano da lei e la voglia, il bisogno di chiamarla dal suo abisso mi facevano male ai polmoni, e mi sembrava di non respirare e mi sembrava di non potere mai arrivare. E mentre mi soffermavo a sentire i polmoni contrarsi negli spasimi della paura lei stessa sembrava partecipare del mio fremito. Il suo petto, prima immobile, di colpo si alzava e si abbassava febbrilmente, scossa da fremiti manteneva l’espressione fissa e mi guardava attraverso. Che cos’era? Nella mente si avvicendavano storie di fantasmi, e sogni, e visioni, e poi amori e passioni travolgenti. Ma non c’era nulla nella mia stanza quella sera, all’infuori di noi e del freddo gelido che ci divideva di due passi. Mi sforzavo di leggere nel suo viso emozioni che forse non c’erano e giù, giù, nel profondo dei suoi occhi ad indagare storie cattive che non voleva che leggessi. Non voleva sentirsele raccontare. Infondo a quegli occhi bui un’immagine sola mi colpì allo stomaco con un pugno: lei, distesa in una vasca da bagno nell’acqua rosata e nessun alito di vita a farle da contorno. Il bisogno di fare quei due passi e salvarla era doloroso al punto che riuscii a muovere un piede. Inciampai. E mentre inciampavo lei si chinava accompagnandomi fino a terra che non voleva lasciarmi, che dovevamo stare insieme, che stava andando via. Che voleva salutarmi. Tutto questo senza dirmi una parola, nel silenzio del buio e del freddo. Ma io credevo di capire. Da terra, le gambe contratte sotto il corpo, la mia pelle raggrinzita in una brutta pelle d’oca, la sua che supponevo perfetta e delicata come petalo di un fiore morente, ma non riuscivo a vedere bene, ricambiava lo sguardo con fiero dolore accennato negli occhi. E fuori le nuvole erano diventate nere tutte insieme e borbottava il cielo colmo di bile. E non aveva tempo per darci altro tempo, che doveva piovere, e doveva farlo in fretta. E il vento, non esagero, ma ululava e i cani abbaiavano forte e due gatti litigavano. Mi rialzavo tremando in questo momento di rabbia naturale e lei si alzava con me. Tutte le decisioni erano state prese. C’erano cose che si potevano lasciare in sospeso. Persone che non necessitavano di essere salutate. Bastavamo noi, nell’unicità di un riflesso allo specchio, a scegliere strade da prendere insieme. La lasciai nello specchio e andai verso il bagno. Non credo che sarei mai riuscita a raggiungerla.
2月6日 tiritroppolacorda =.=Sparami... |
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